Grotta Perciata - frammenti di Favignana

scritto da davide cibic
Scritto 12 giorni fa • Pubblicato 11 giorni fa • Revisionato 11 giorni fa
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Testo: Grotta Perciata - frammenti di Favignana
di davide cibic

La pedalata è fresca nel tardo pomeriggio di Favignana. La farfalla spiega le sue ali e noi percorriamo quella di levante, che ha pendenze molte lievi e sa offrire superbe fioriture di bouganville.

Ci libriamo in equilibrio tra il mare turchese e il colle di Santa Caterina, che solo in apparenza ci guarda con disinteresse. Siamo sulla costa sud e, dopo uno stabilimento sabbioso, la stradina si fa desolata e corre sul filo della riva.

L’approdo a Grotta Perciata sembra casuale, come lo è l’arrivo ad ogni luogo meraviglioso.

Addossate al guardrail, sbadate stanno alcune biciclette. Ce n’è davvero poche, un numero irrisorio, quasi incomprensibile a fronte della bellezza che si cela a ridosso. Non c’è nemmeno un sentiero; scavalchiamo quindi il guardrail, che non è tanto il tutore per i viandanti della strada quanto il confine appetto ad un mondo incredibile.

In un nuovo mondo che si fa se non esplorare? Camminiamo quindi su alcune piattaforme tormentate, che scendono e salgono senza una ragione plausibile. Il tufo rugoso forma disegni e cavità che si diramano a piacimento, fino a scomparire nel mare. Di lì a poco qualcuno ci dirà che la celebre roccia di Favignana in realtà non è tufo, bensì calcarenite. C’è da rimanerci un po’ male in effetti, perché la parola è ostica, un tecnicismo non adattabile. Tuttavia che importa? Ci basti omettere di citarla: se le cose non vengono nominate, non esistono.

Gli strani sedimenti non hanno sembianze categoriche e immodificabili, come invece era parso all’inizio. Piuttosto cangiano, mutano, a volte in modo impercettibile, e si modellano sull’osservatore di turno. C’è un continuo adattamento, orchestrato da mani non visibili. Caracollo nel mio incedere: possibile che i percorsi da me ideati e avviati, e le forme delle concrezioni tufacee, e le linee tratteggiate e gli scivoli che congiungono al mare, tutto ciò sia osservabile in questo preciso ordito, in queste precise forme, solo da me e non da altri esploratori?

Assillo vacuo, diremmo in un’epoca pragmatica. Meno ozioso è il gesto olimpico di due picciotti, che con eleganza si tuffano nelle acque profonde che corrono sotto un ponte di pietra. E’ il primo di alcuni viadotti di apollinea fattura.

Mi avvicino a quelle acque placide e scure, che riposano tra anfratti e cunicoli. Paiono scaturite da un incantesimo e infatti qualche minuto prima potrebbero non esserci state. Sono tentato ad immergermi in quello specchio fatato, ma la temperatura dell’acqua è inclemente. E poi non mi sentirei a mio agio in un mondo che è al confine con lo ctonio, laddove forze non conosciute si animano per decidere l’indirizzo delle cose.

Ci spingiamo oltre il ponte di pietra. Le strane formazioni si rincorrono e si replicano, quasi a volerci scortare o inseguire sul tavoliere di roccia. Compaiono altri scivoli, pur sempre coniati dalla mano dell’uomo; poi una piccola astronave adagiata sul mare, che ha il compito d’introdurre nuovi siti. Tra questi un tetto di pietra che si spiega sopra le acque, esentandole così dalle impurità della superficie e forse dall’ignominia del mondo. A far da puntello una pianta di cappero, che si ostina a crescere sulla bianca falda.

Un paio di metri innanzi le acque sincere sanno di cristallo e sono l’anticamera di una spiaggetta celata alla vista. Per sormontarla, avanziamo su alcuni saliscendi di roccia istoriata con ricami infernali.

La spiaggetta sta adagiata in un anfiteatro di pietra, che è disseminato di scanalature, cavità, incisioni, opere varie di Poseidone che qui ha dato prova della sua migliore follia.

Si è allettati a scendere nell’antro liquido. L’accesso non pare così aspro, seppur frammezzo vi siano delle vecchie reti corrose dal sole che, per nulla silenti, riposano in una buca.

L’ombra di un grosso masso si allunga sullo specchio d’acqua, o almeno così ci sembra, perché in realtà non è un masso bensì una creatura marina che verso di noi si distende. Che sia pacifica o meno, non ci è dato sapere.

Fin qui il sole l’ha fatta da padrone ma ora si è convinto ad abbassarsi all’orizzonte.

E mentre la via scavata dal tufo prosegue verso Cala del Trono, ecco ricomparire alle nostre spalle la sagoma delle alture di Favignana. Il contorno dipinto nel cielo è nitido, cimento di grande perizia. Si vede la pendenza verticale sopra la spiaggia del Preveto, si scorge il castello di Santa Caterina che spicca in alto con il favore del tramonto. Infine, il percorso in cresta che digrada dolcemente verso Cala dei Faraglioni.

I colori del cielo sono già meno brillanti. Presto verrà il crepuscolo, che consegnerà le cose all’oscurità della notte.

Grotta Perciata - frammenti di Favignana testo di davide cibic
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